martedì, 25 marzo 2008

 

“Ti ricordi i giorni
Chiari dell’estate
Quando parlavamo
Tra le passeggiate …”
 
2001: Avrei voluto vedere “le Fate Ignoranti” al cinema. Mi ritrovavo nel pieno del coming out, e volevo capire da che parte dovevo andare. Mi era stato detto che era un bel film, e che vederlo con una persona che poteva piacere dava quel tocco in più a tutta la storia che difficilmente avrei potuto sentire altrimenti. Ma per una cosa o per l’altra non ci andai mai. Recuperai quel film qualche tempo dopo, da solo, di fronte al mio televisore. Ma dentro avevo comunque il rimpianto perché sapevo che non era la stessa cosa. In quel periodo avevo conosciuto tanta gente, e mi ricordo soprattutto di lui, di quel ragazzo trentenne, buddista, trentino, col quale ci eravamo ritrovati subito in chat. Passavamo ore intere a parlare, al telefono, a confrontarci, e ad immaginare una storia tra noi se lo spazio non ci avesse diviso con così tanta ferocia. Lui aveva visto il film, lui ascoltava la canzone continuamente, come sottofondo, mentre parlavamo, mentre lui si sfogava per aver perso il suo amore e io invece avevo fame di averne.
Chissà che fine ha fatto adesso. Mi chiedo se ha finalmente ha incontrato la felicità, se ora sta bene con un compagno vero.
Non saprei davvero dire se le cose sarebbero andate diversamente se avessimo mai avuto, io e lui, una vera chance.
 
“Stammi più vicino
Ora che ho paura
Perché in questa fretta
Tutti si consuma …
… mai, non ti vorrei veder
cambiare mai …”
 
2004: Quando la macchina percorse in uscita la via di casa un groppo si fermò nella mia gola. Partivo, andavo a stare lontano. Avevo trovato il mio primo incarico, e uscivo di casa.
Era qualcosa che avevo sognato da sempre, ma la mia vita allora, un tantino complicata, mi aveva aggredito come un lupo verso la sua preda.
Cambiare.
Era tutto lì.
Vedevo la strada che mi rincorreva inesorabilmente mentre la macchina correva avanti, e tutto sembrava così piccolo ed evanescente che quasi non si riusciva nemmeno a toccare con le dita. Iniziavo una nuova vita e lui sarebbe arrivato, poco dopo di me, nella stessa casa.
Ero felice di tutto, ma mi faceva sempre paura … sapere che correvo il rischio di non poter tornare indietro.
Da quel momento era diventato il mio compagno.
 
“ Perché siamo Due
Destini
Che si uniscono
Stretti in un istante solo
Che segnano un percorso profondissimo
Dentro di loro …”
 
 
2005: Eravamo lì, su quel letto. Sfiancati dalla ferocia della nostra ultima passione. Fu lui a piangere per primo. “Non ti voglio lasciare qui ..” diceva, mentre cercava di abbracciarmi.
Io non sapevo come sentirmi.
Di lì a pochi giorni la nostra vita si sarebbe separata da 200 km di lontananza e nessuna occasione di incontro a metà strada.
Sarei voluto scappare con lui, ma non potevo ancora tornare indietro.
Sarebbe stata una scelta stupida, poco sensata, anche se la dettava l’amore.
Mi lasciavo abbracciare senza riuscire a sciogliere il nodo del mio petto, che ostruiva ogni parola, ogni lacrima, ogni dolore.
Tutto rimaneva dentro di me.
Le sue valigie vicino alla porta.
Io che stavo lì, sospeso, per tutta la settimana a venire e le altre dopo, disperato, da solo.
 
“Superando quegli ostacoli
Se la vita ci confonde
Solo per cercare di essere migliori
Per guardare ancora fuori …”
 
2008: Le mie dita rincorrono questa tastiera. Sono molto le cose da dire a questo punto. Sono passati sette giorni da quando abbiamo deciso di vivere ancora assieme, di riprovare ad essere una famiglia. Vera.
Alla faccia di chi dice che non potremo esserlo.
La notte ti guardo dormire, e mi sento tranquillo, il tempo non cambia e va tutto bene.
Ho riprovato anche stavolta quel mix di emozioni a lasciare la casa dei miei, con tutti i piccoli drammi che in quel mio gesto ho provocato.
Anche una settimana fa ero conscio che non sarei potuto più tornare indietro. Ma ero pronto a farlo.
Ne avevamo parlato, e dopo sette anni di storia non potevamo fare altrimenti.
Ci sono quei momenti in cui vorrei stare da solo, ma ci sono anche altrettanti compensativi, dove la mia anima esige la tua.
Finalmente abbiamo finito di sistemare le scatole.
Il tempo scorre nelle nostre mani, tra i nostri divani, la nostra stanza, i nostri corpi …
Il tempo non ci ha cambiato da allora.
Va tutto bene.
 
Letto
“Per non sentirci soli,
per non sentirci soli …
Per non sentirci soli …”
Tiromancino – “Due destini”
Zorba
 
Graffiato in caccia notturna da ZorbaTheCat , marzo 25, 2008 14:10 in: diario, lettere, flussi di coscienza, racconto, vita privata, appunti di vita gaya, uomini comuni fuori dal comune
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lunedì, 21 gennaio 2008

Vi voglio parlare di Miss Frustrazione.
Guardatela bene: lei non è una ragazza qualunque, proprio no … Lei è una Donna, come dice la Consoli, una di quelle “con la D maiuscola”.
Sa muoversi fiera tra gli anditi e i marciapiedi, incessante, osservando quel mondo insulso che le si muove intorno, da cui si sente diversa, e lontana.
Lei pensa all’avanguardia, ed è convinta di essere l’esperimento meglio riuscito della genetica mondiale.
Sa di essere senza alcun difetto: dotata, simpatica e fatale.
E tutti gli imperfetti intorno a lei, quelli come noi, continuano a lasciarglielo credere.

Miss Frustrazione si sente fortunata.
E’ nata nella classica famiglia bene, che l’ha fatta viaggiare e le ha dato tutto quello che ha sempre desiderato. Ha una sorella, di nome Intelligenza, con cui ha condiviso l’amore dei genitori.
Ma tutto questo non era abbastanza: col tempo ha imparato ad accaparrarsene razioni sempre maggiori, solo per sé.
E’ cresciuta nella bambagia, senza mai contraddizione: “Ecco perché sostiene di essere agiata!” mi dite.
Lei è un amante del lusso.
Ma non ritiene di doversene far fregio, per rispetto di tutti gli altri, che sono meno fortunati di lei.
E’ stata infatti in grado nella sua vita di conquistarsi una posizione, quella più ambita, e si è sacrificata per questo, con anni di sforzi e di studi.
L’impegno ha dato i suoi frutti; perché ora può con poche righe troncare la carriera a stormi di studenti.
Ma non è cattiveria la sua, è convinta di svolgere bene quel ruolo. Lei crede infatti di essere il faro che illumina le menti di quegli sprovveduti con la luce della sua sapienza.
E’ la sua missione e con questo pensiero ci si struscia addosso ogni mattina, dopo il segnale della sveglia. E’ la prima cosa che la fa star bene, tra i biscotti e il caffellatte.

Miss Frustrazione si ritiene tollerante.
A volte ama pensare che abbraccerebbe ogni cultura del mondo. Ma si sa come succede.. I negri puzzano, i cinesi mangiano i bambini e le donne musulmane son delle perdenti perché portano il velo … Sono questi gli assiomi cardine del suo pensiero.
Però non odia i gay.
Quelli li rispetta e plaude dalla sua poltrona per la rivendicazione dei loro diritti; aderisce ogni anno, televisivamente, ai vari Pride estivi.
Perché si sente rivoluzionaria e quindi partecipe di quelle battaglie, dato che loro sono certamente più sfortunati di lei. Se ne compiace, perché così si sente una Donna Evoluta.
Lei non è una di quelle femminucce che corrono dietro ai pantaloni maschili, ha bene in mente quale debba essere il vero ordine delle cose. Non è una di quelle.. “come si dice?”... frigide, ma semplicemente non ha il cazzo tra le sue priorità.
Col suo fidanzato rimane disposta a lasciarsi andare, una volta ogni tanto, per farlo felice, ma non ha bisogno di concedersi spesso, perché di gran lunga preferisce bearsi della sua intelligenza. “Quella sì che le dà veri orgasmi!”.
Infatti non ritiene di essere un’ignorante.
Eppure non sa quante volte il suo uomo si fa scorticare dagli Orsi, di notte, ai parcheggi tra i Viados.
Non ha mai conosciuto i suoi ululati di piacere quando viene penetrato da interi gruppi di uomini vestiti di pelle.
E non c’è arrivata nemmeno quel giorno in cui lui le ha detto di voler rimanere da solo.
E’ stata presa soltanto da un senso di rabbia per non averlo fatto lei per prima.
Ma l’importante è capire che lui in realtà non la merita, e con questa convinzione lei fa ritorno a casa.
Trova inutile piangere.
Preferisce soltanto confidare l’accaduto ad una persona amica, capace di ascoltarla e di darle ovviamente ragione.
Ma chissà perché non l’ha fatto …
Ci ha provato, davvero, arrivando persino a sfogliare la sua agenda ... ma poi … non ha chiamato.
E la colpa non sta nel fatto che l’agenda fosse vuota, no, ma piuttosto perché nessuna delle persone da lei conosciute è al suo livello … e così preferisce tenersi il suo sconforto.

Alla fine della giornata Miss Frustrazione riesce però a svestirsi di tutte le sue maschere, per sentire tremando il senso di vuoto dilatarsi.
Potete vederla così, sparuta, sola, guardarsi allo specchio.
“Forse stavolta raggiunge l’illuminazione” “ Forse capisce in che cosa realmente ha sbagliato” mi par di sentire da qualcuno di voi.
Le sue labbra tremano e le nasce un perché.
Ma ogni incertezza crolla dopo qualche attimo.
Con risolutezza si strucca e si mette il pigiama.
Spegne la luce, e come ogni notte, recita il suo mantra:
“Mi sento incompresa”.

Zorba

N.B.: Fatti, eventi e comportamenti citati in questo post/racconto sono opera di pura fantasia. Ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti è puramente casuale. (Un ringraziamento ad Andrew da cui ho copiato,per ovvi motivi, questa dichiarazione in verde.. Potevo???)

Graffiato in caccia notturna da ZorbaTheCat , gennaio 21, 2008 17:15 in: flussi di coscienza, racconto, appunti di vita gaya
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giovedì, 22 novembre 2007
La musica della stanza aveva cominciato a rimbalzargli tra le meningi.
Aveva un assoluto bisogno di sedersi un attimo e rilassarsi, per questo Tore si era accasciato nella sedia della guardiola. Erano quasi le dieci e di lì a poco avrebbe dovuto chiudere la palestra.
“Ciao” disse qualcuno che si avvicendava verso l’uscita.
Erano due ragazze del corso di aerobica che gli fecero un enorme sorriso prima di richiudere l’ingresso.
Tore sorrise a sua volta.
Sapeva che per via del suo corpo era in grado di esercitare un forte ascendente sulle donne.
A volte se ne faceva gioco per questo.
Ma in verità loro non gli interessavano affatto.
“Ciao” rispose di rimando.
Tore cominciò a osservare lo stanzone per rendersi conto di quanta gente ci fosse ancora dentro.
Aveva promesso a Irene, la sua collega, che ci avrebbe pensato lui a chiudere lasciandola andar via un’ora prima.
Lei nemmeno poteva immaginare quanto la cosa in realtà gli facesse piacere.
In fondo, nel settore addominali, scorse soltanto Giorgio, un uomo che aveva fin da subito suscitato il suo interesse da quando si era iscritto qualche mese prima.
Era solito arrivare un’ora prima della chiusura, quando gli altri clienti invece se ne andavano, ed era di norma non molto socievole.
Si impegnava nelle schede e non richiedeva particolari attenzioni da parte degli istruttori.
Spesso e volentieri era lo stesso Tore a farsi avanti, chiedendogli se avesse bisogno di aiuto o cercando di intavolare qualche discussione, a cui Giorgio rispondeva con cortesia, rimanendo comunque uno di poche parole.
Addirittura, senza rendersene conto, qualche volta si era espresso in apprezzamenti sul suo fisico, avances a cui l’altro sorrideva, restituendo a sua volta il complimento.
Si sapeva molto poco della sua vita privata, ma forse per via del suo corpo tonico che riempiva la magliettina aderente che indossava facendone uscire dal collo un ciuffo di peli, forse per quell’aria da Daddy coi capelli sale e pepe e con la barba di tre giorni in cui si presentava o ancora per quelle gambe muscolose che emergevano dai pantaloncini, ricche di nervature e peluria, Tore si sentiva affascinato da lui.
Giorgio lo erotizzava, molto più dei suoi precedenti partner, e a volte si scopriva a fissarlo mentre si esercitava, sentendo sovente qualcosa muoversi nel basso ventre, nonostante cercasse di combattervi per non suscitare l’attenzione degli altri clienti.
Ma c’erano state occasioni in cui non aveva potuto resistere agli istinti, quando magari, sentendosi osservato, si voltava di scatto sorprendendo Giorgio che gli fissava con intensità il fondoschiena.
E quell’uomo misterioso, senza battere ciglio nonostante l’esser stato scoperto, proseguiva nel guardarlo con insistenza, accennando un sorriso.
In quei frangenti Tore sentiva l’esigenza impellente di rifugiarsi in solitudine nello sgabuzzino, interrompendo ogni attività che stesse facendo per sfogarsi sulla sua mano.
Al ritorno si guardava intorno, più rosso dei suoi capelli, cercando di capire se qualcuno si fosse accorto del suo gesto, ma la cosa passava puntualmente inosservata, tranne che per Giorgio, che si faceva trovare a fissare l’uscio ancora col sorriso stampato in faccia.
 
Tore si era accorto che ormai a parte lui erano andati via tutti.
Diede un giro di chiave alla porta d’ingresso.
Le mani gli sudavano dall’emozione, era la prima occasione che gli capitava di restare da solo con lui. Prese ad osservarlo mentre l’altro proseguiva la sua serie di esercizi. Ne vedeva i muscoli tendersi sotto la maglietta, oggi più aderente del solito.
Gli si accostò.
“Hey!” disse “a che punto sei?”
Giorgio interruppe la sequenza per prestargli maggiore ascolto. “Ho quasi finito, tra un poco smonto”
Vide che gli sorrideva timidamente.
Un’ondata di desiderio pervase il suo corpo.
“Hai bisogno di aiuto?”
“No grazie”
“Ok” sospirò Tore, in preda all’emozione che ne attagliava i sensi “se hai bisogno mi trovi alle docce”.
Dopo di chè si girò per recarsi nello spogliatoio.
Una volta richiusa la porta Tore si appoggiò ad essa, boccheggiando.
“Gli ho detto davvero di cercarmi alle docce?” pensava.
Si guardò le mani. Ancora tremavano.
“Sì” sussurrò poi “gliel’ho proprio detto.”
In preda a questi sentimenti convulsi si spogliò completamente, lasciando i suoi indumenti nella panca ben in vista e si avviò nel box doccia della stanza affianco.
L’ambiente non era molto grande, le piastrelle del muro erano di un bianco psichedelico, da esse emergevano due rubinetti distanziati in maniera da dare lo spazio a due persone contemporaneamente.
Tore continuava a sperare che Giorgio entrasse da quella porta mentre apriva la manopola lasciando bagnare il suo corpo muscoloso e glabro, frutto di diversi anni di allenamento.
Il suo pene, gonfio, pulsava sotto il flusso dell’acqua.
  (accendi...)
Nel momento esatto in cui lo sentì entrare un formicolio gli solleticò la base del collo, quasi facendolo trasalire.
“Forse è meglio che aspetti fuori” disse Giorgio alle sue spalle.
Tore si volse a guardarlo, senza riuscire a reprimere il diffondersi nel suo viso di un nuovo rossore e un singulto alla base dell’inguine.
Dietro di lui c’era infatti Giorgio, quasi interamente nudo se non fosse stato per gli slip che aveva indosso e il beauty case nella mano.
Guardare quel petto così villoso, quelle spalle scolpite e quelle gambe ben piantate gli faceva girare la testa.
“No!” pronunciò con voce arrochita “per me non c’è problema”.
“Meglio così” rispose Giorgio, avvicinandosi con un sorriso enigmatico.
Tore si volse di scatto, non voleva che si accorgesse di come quella situazione lo eccitasse.
Sentì il fruscio dei suoi slip che cadevano nel pavimento, e vide con la coda dell’occhio che Giorgio depositava un involucro ai suoi piedi e il beauty nel muretto accanto.
Sentiva un’improvvisa vergogna per il suo membro evidentemente eretto ma oramai era troppo tardi per retrocedere.
“Da qui l’acqua non esce”.
Sentendo la sua voce Tore non poté far a meno di voltarsi verso il suo interlocutore, sforzandosi di concentrare il suo sguardo in direzione del suo viso.
“Ah sì? Forse non l’hanno ancora riparato” disse imbarazzato “dai ti cedo il posto, tanto ho finito”.
Vide che Giorgio, sorridendo, aveva preso a fissare il suo corpo. Ed il suo sguardo scese involontariamente lungo il collo per raggiungere i peli del torso e del pube.
Scorse che lui aveva un’erezione da primato e comprese quanto egli desiderasse trovarsi esattamente in quel luogo e in quella situazione.
Si perse tra le gocce e gli schizzi d’acqua che lo raggiungevano arenandosi nella sua peluria.
“Non c’è bisogno” lo sentì dire “Possiamo continuare a stare qua insieme, visto che lo desideriamo molto entrambi mi sembra …”
Fece in tempo a rispondere meccanicamente “Ok” prima di ritrovarsi col suo pene nella mano e la sua lingua nella bocca.
Mentre si baciavano convulsamente , lasciando ogni desiderio represso esplodere, Tore si chiedeva “Ma sta succedendo proprio a me?!”
La sua bocca poi scese vogliosa dal collo al petto per mordicchiare i capezzoli immersi in quel folto ben di Dio che tanto lo eccitava.
Tore sapeva di doversi calmare se non voleva rischiare di venire subito rovinando quel momento.
Avvertì le mani di Giorgio che lo afferravano per le spalle facendolo scendere con forza nella zona pubica.
“Succhiami il cazzo” gli diceva imperioso e lui non se lo fece certamente ripetere due volte.
Mentre ci lavorava di gusto assaporandone il piacere Giorgio gli reggeva la testa per dargli il ritmo.
Tore con un amano giocava coi suoi testicoli, compiacendosi dei gemiti che il suo partner occasionale emetteva.
In realtà si lasciava totalmente condurre da lui nella gestione di quel loro gioco.
Quando quell’uomo tenebroso lo fece nuovamente alzare e girare di spalle non vi recriminò sopra.
Giorgio lo penetrò con forza mentre Tore tendeva i muscoli delle spalle.
Quest’ultimo sentì prima la mano sinistra di Giorgio accarezzargli il petto e poi, scendendo, afferrargli il pene già gonfio di godimento.
 
Ormai le urla di entrambi si mischiavano in una sinfonia di acuti suonati dall’estrema voluttà di cui godevano.
Tore sentiva di essere giunto al capolinea e che era perfettamente sincronizzato con quello del suo partner.
Per quanti mesi aveva desiderato che accadesse tutto questo?
Tutto il corpo si scuoteva, sentendo gli schizzi eruttati da Giorgio tra i suoi intestini.
Non si preoccupava più che qualcuno potesse sentire le sue urla di piacere, perché ogni singolo gesto della mano, misto allo sfregamento del suo fondoschiena, erano in grado di fargli produrre suoni di ottave di volta in volta superiori.
La sua eccitazione culminò partendo dal suo pene e diffondendosi in ogni anfratto del suo corpo, mentre uno squarcio di dolore improvviso gli spense ogni pensiero razionale.
Gli schizzi del suo seme si schiantarono contro il muro dinanzi subito ricoperti dal sangue della sua carotide lacerata.
Il corpo senza vita di Tore si appoggiò a quel marasma prima di stramazzare sul pavimento, vicino a quell’involucro, ora vuoto, che poco prima Giorgio aveva depositato ai suoi piedi.
L’acqua continuava a scorrere su di lui mentre l’altro, ancora scosso dal godimento, si ripuliva meticolosamente.
Nessuno quella notte aveva notato che intorno alle ventitre e trenta un uomo solo, con un cappellino calcato in testa, usciva velocemente dalla palestra con uno zainetto sulle spalle.
Nessuno dei clienti della palestra si ricordò poi chi fosse uscito per ultimo quella sera, e in tutta l’isola partì la caccia all’uomo.
 
Il giorno dopo Giorgio, se mai fosse stato quello il suo vero nome, a circa due chilometri di distanza dalla palestra era sotto gli occhi vigili di una folla che lo ammirava in silenzio.
Sentì in lontananza il rumore delle sirene che correvano veloci.
Era una normale Domenica mattina.
“Dove lo cercate il colpevole?” pensò tra sé e sé “E’ qui, sotto gli occhi di tutti.. dove lo troverete?”
Sentiva su di sé l’ammirazione dell’assemblea che attendeva la sua parola.
Aveva scorso nelle prime file quel ragazzo che ultimamente gli stava dietro pendendo da ogni suo verbo. Riconosceva nel suo sguardo l’amore incondizionato.
Già ne pregustava la conquista e già pensava ad organizzarne il tragico epilogo.
Sorrideva.
Le sirene che cercavano lui si stavano allontanando.
Ancora recando il sorriso stampato sul volto, con alle spalle l’altare e gli occhi fissi alla folla, Don George alzò le mani al cielo dicendo: “Padre Nostro, che Sei nei cieli..”
 
 
Graffiato in caccia notturna da ZorbaTheCat , novembre 22, 2007 16:03 in: flussi di coscienza, racconto, cultura gay, appunti di vita gaya
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mercoledì, 24 ottobre 2007
Non so quanto tempo trascorse prima che riuscissi a riprendermi e ad avere le forze per rialzarmi e rientrare.
Fuori era già buio.
Con pesantezza risalii le scale. Continuavo a tremare.
Per fortuna casa non c'era nessuno che potesse vedermi in quello stato.
Raggiunsi a fatica il letto, buttandomici sopra.
Continuavo ad ansimare. E a piangere.
Non avevo un perchè ben preciso che mi sostenesse tra le lacrime.
Piangevo per il mondo, per il dolore, per la vita... per Lui
E non riuscivo a smettere di tremare.
Ero disteso in quel letto e cadevo, cadevo giù.
Ogni pensiero era libero di librare nel cielo, e non potevo afferarlo, avevo un'immensa paura di tutto il mondo che stava al di fuori, delle persone, delle nuvole, del cielo, di tutto quello che poteva guardarmi negli occhi e capire che non avevo alcun valore.
“Cazzo” mi dicevo ”non è possibile, non voglio crederci, non sono vivo perché respiro, non sento l’aria, sto male … Cado giù, lo sento, io tremo e cado giù. Perché, Dio perché? Ho ipotecato il mio futuro per qualcuno che ha chiuso la porta per non lasciarmi entrare. Non ci credo, non c’è più niente, niente di più…”
Singhiozzavo, scosso da fremiti inconsulti.
Avrei voluto afferrare la sua mano per sentire il calore, avrei voluto in quel momento baciare le sue labbra morbide e lasciarmi andare sul filo dell’amore, in equilibrio, solo per lui.
Ma Francesco non c’era.
Continuavo a boccheggiare, ancora scosso dai tremori e dalle vertigini.
Piangevo, piegato su me stesso, aspettando che si placasse l’aria.
Ed il tempo, incessante, trascorreva, lasciandomi così.
Immerso, ancora bagnato dal dolore.
Ed in quel momento accadde.
Un singolo attimo, dove tutto il mio essere, dove tutta la mia metamorfosi incontrava il suo scopo.
I miei occhi fissarono la luce.
Il calore asciugava le ali della falena. Potevo chiuderli, riaprirli, ma essa era sempre lì.
Ed era amore. La falena tese le ali, cercando senza incespicare di spiccare il volo.
Ricordavo il discorso che lui mi aveva fatto una sera sulle farfalle che morivano nell’amore per la luce, ma contemporaneamente non ero io a ricordarlo.
Era la falena che ne era consapevole, al primo battito di ali.
Le gambe cominciarono a tremare un poco mentre le tendevo, e pian piano mi alzavo.
Un passo dietro l’altro. Lentamente.
Era la sua schiena nuda che volevo accarezzare per sentire il brivido che gli provocava risalirgli dalle anche alla nuca.
“A cosa pensi?” mi diceva la sua voce quando lo facevo.
Era il suo sorriso di quando mi guardava che volevo baciare.” Prendi il mio tempo” mi diceva al buio della sua stanza, dopo aver fatto l’amore, se dovevo andar via.
Un altro passo.
Era il volo della falena che virgolettava verso la lampadina accesa, attratta dalla luce (o dall’amore?)
Era il suo corpo nudo che volevo abbracciare per inebriarmi del suo profumo e dei suoi sensi.
“Ti amo” mi diceva ogni volta che veniva su di me o dentro di me.
Ancora un passo, uno soltanto.
La falena già sentiva il calore sul viso, e non aveva paura di bruciare. Inseguiva la sua luce.
Era la sua mano che volevo prendere, per stringerla nel cammino della vita.
“Vuoi essere il mio ragazzo e stare con me soltanto?” mi chiedeva prima di lasciarlo andare via, per sempre.
Stavo sotto il lampadario, attratto dalla luce.
Potevo allungare la mano.
Potevo afferrare la luce che emanava il calore pericolosamente vicino ad essa.
La falena incurante l’abbracciava, forse morendo, in estasi, volando.
Non sentivo di sentire il dolore.
Lacrime e gioia.
Rossore accecante seguitava allo svenire.
Non mi rendevo conto di quello che avrei potuto fare.
Come una falena, afferravo l’amore.
Zorba
Tratto dal capitolo XX
Graffiato in caccia notturna da ZorbaTheCat , ottobre 24, 2007 18:23 in: flussi di coscienza, racconto, appunti di vita gaya
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martedì, 18 settembre 2007
Kiss
“… Guardavo quella singola luce che si stagliava all’orizzonte dal finestrino della sua auto.
 Il resto attorno era buio, solo il lume fioco di quel lampione in lontananza che si faceva faro per il mio animo alla deriva.
Ero lì … dannato, nudo, il sedile del passeggero reclinato, in posizione fetale.
Dalle cosce fuoriusciva un misto di sangue e sperma.
Era avvenuto così, in quello spazio angusto, tutto in fretta .. forse Enrico ne aveva avuto troppa.
Sognavo da tempo la prima volta, ma niente di come era successo ne evocava le sembianze.
Annaspavo tra le lacrime cercando disperatamente di raggiungere quel faro.
Sentivo che lui era accanto a me, respirava e fumava tranquillo, forse compiaciuto di come avevamo fatto l’amore.
Sapeva di essere il primo, ed ero in grado di capire l’ulteriore grado di soddisfazione che questo suscita in un uomo.
Ma la mia tristezza non derivava solo da un sogno per tanto tempo atteso e infranto sugli scogli … o meglio, non solo.
C’era altro, pressante e indistinto, tra le lacrime, che mi era difficoltoso riuscire ad afferrare.
Era l’aria di tutto quello che da quell’atto in poi sarebbe cambiato.
Non ero soltanto auto - consapevole.
Ero diventato fisicamente gay.
In lontananza avvertii la sua voce calda che mi diceva: “Che cosa sta succedendo?”
Forse si era accorto dal respiro stentato che piangevo.
La sua mano prese ad accarezzarmi la nuca.
Il solo contatto, quel gesto di paterna tenerezza mi fece esplodere, tutto in una volta.
Presi a singhiozzare, convulsamente.
Lui si sporse, abbracciandomi appena. “Sshhhh .. no … va tutto bene .. sono qui …”
Mi lasciai cullare dal canto della sua delicatezza, continuando a piangere, afferrando le sue mani, il calore del suo membro che ancora sentivo tra le natiche, la dolcezza del suo bacio sulla fronte …
“Sshh …” continuava a dire “ stai tranquillo … so che cosa provi. E’ normale sentirsi così la prima volta. E’ solo sentire realmente che in te qualcosa è cambiato. Ma passerà tesoro, ti giuro che passerà…”
Non avevo le energie per rispondergli, ma ero certo che lui capiva davvero che cosa provavo.
Stretto alle sue braccia pian piano cominciavo a calmarmi.
Lui, con pause studiate, continuava a darmi sicurezza, parlandomi.
“E’ una cosa naturale, a causa di tutti quegli schemi mentali che vogliono farci vivere contro la nostra natura … hai fatto solo il primo salto chicco, e la tua è una reazione normale … passerà ..”
Per me era come una ninna nanna, solo che non avevo bisogno di dormire.
La sua voce compensava il mio desiderio di amare.
E di essere amato.
Quella notte, tra le sue braccia, in quella macchina, con la luce fioca in lontananza, sapevo di aver iniziato il mio nuovo percorso.
“Sono con te” mi diceva, instancabile.
Ed era vero. Era lì.
Mai desideravo, come in quel momento, di amarlo e di appartenergli.
Per sempre.”
Tratto dal cap.XXI
Zorba
Kiss 2
Graffiato in caccia notturna da ZorbaTheCat , settembre 18, 2007 21:01 in: racconto, appunti di vita gaya
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martedì, 24 luglio 2007

Io sono qui

Guardami

anche se non mi conosci

Guardami bene

aldilà di questa divisa che indosso,delle sue macchie di sangue,del mio viso di dolore e spavento.

Non capisci la mia lingua,mi chiedo perché ti stia a parlare.

Non avrei mai immaginato di rimpiangere i campi di granturco nella mia fattoria del Kansas,gli stessi campi dove qualche anno fa correvo con lei,presi per mano,gli stessi dove eravamo soliti nasconderci per fare l’amore,mentre il crepuscolo si avvicinava e i nostri genitori ci chiamavano per andare a cena.

Ora ci siamo sposati e lei è rimasta nella nostra fattoria con in grembo nostro figlio.

Io sono qua ora,per rincorrere l’ideale di questa guerra ingiusta, tra le sabbie del deserto,perché credevo che ammazzare i miei simili fosse maledettamente giusto.

E penso a loro mentre parlo con te, penso a lei,

Dio,

Com’era bella,

Com’era bella quando in lacrime mi guardava andare via supplicandomi di ritornare,

Com’era bella quando in quei campi godeva e mi guardava venire sussurrandomi“Non urlare, ci potrebbero sentire”mentre mi conficcava le sue unghie nella schiena, per poi gridare lei stessa di piacere

Quasi sorrido, ma è un sorriso amaro il mio

Continui a guardarmi con insistenza mentre mi punti la tua arma su di me,quei tuoi occhi scuri mi hanno già assassinato.

Tu sai che significa perdere un familiare?

Quanti dei tuoi abbiamo già ammazzato?

Penso al bambino,chissà a chi assomiglierà dei due,come sarà difficile vivere senza un padre, un padre che forse faranno eroe per essere stato ucciso da un nemico,ma io so che non è giusto nemmeno questo,come questa guerra,che mi ha strappato da lui.

Non metterti scrupoli ora, fai in fretta, avrei fatto lo stesso per te, i miei occhi verdi ti guardano e ti implorano,ma nei tuoi occhi scuri io sono un altro nemico morto.

Addio mondo!”

Graffiato in caccia notturna da ZorbaTheCat , luglio 24, 2007 16:49 in: racconto
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